Il sé vive nascosto in queste parole poetiche – e forse “effetto farfalla” è anche la capacità di volare sulle cose con leggerezza, spargendo bellezza –, ma vive una prepotente voglia di comunicare, distillata in pochi versi “lanciati al mondo”, che si fanno creature bisognose di accoglienza, di luce. Nelle sue memorie epistolari, commosse ma senza retorica, senza alcun cedimento intellettualistico, senza vittimismo né compiacimento, fissa cosi tre emblematiche esistenze (anzi quattro, compresa – di riflesso – la sua) nelle quali vivono le tante altre donne, le tante ragazze del Sud che negli anni difficili dell’immediato dopoguerra dovettero misurarsi con un mondo cattivo e insolente, infido e prevaricatore. Ovviamente si discute di politica, internazionale soprattutto, e nel caso specifico di come interpretare la lezione di Hobbes, come è noto tra i filosofi preferiti da Bobbio. A te io mi affido”. Commovente fino alla commozione! La memoria è un’altra delle componenti essenziali di questo li­bro. Ma rimanendo libero da ogni categoria [2019]. Il piccolo libro appare nella collana “Tarsie” delle Edizioni Il Labirinto. Carmine Brancaccio pubblicò il primo libro a diciott’anni, e vi comparve subito una specie di talismano, un piccolo testo apotropaico, destinato a proteggere l’autore – scriveva egli stesso – dal buio dell’oblio. Esordire nella “bianca” di Einaudi, per un giovane (sia pure “un giovane poeta che si colloca all’incrocio fra diverse scritture” – come viene seccamente presentato Andrea Temporelli), è un viatico senz’altro lusinghiero, non da tutti, peraltro, e già questo è un traguardo. La dedica “a nostro padre che ci ha lasciato in eredità l’amore per la nostra terra”  può intendersi come testimonianza di affetto per il genitore e pure per la terra genitrice. Ora che a Casale è sempre meno viva la cultura autoc­tona, poi­ché anche il pic­colo paese è preda delle commi­stioni linguistiche tipiche della nostra era, questa rac­colta di “proverbi e modi di dire”, cucita brano a brano dall’autore (che alla terra è tor­nato dopo una vita dedi­cata alla cultura, privata ed ufficiale), amorosamente – ma non senza ama­rezza – e con il conforto di numerosi testimoni auri­colari, è il tentativo di far vivere oltre il tempo un patrimonio ine­stimabile di sa­pienza e di affetti, di tutta quell’u­manità che è stata lievito e lezione imperitura per la nostra stessa uma­nità, anche se spesso qualcuno di noi, schizzinoso, storce il muso non volendo ri­conoscersi figlio dei padri. A volte, però, c’è chi è pronto a giurarlo, “O munaciello” davvero si è presentato per offrire i suoi servigi, eterno spirito della lampada… A chi credere? De Luca continua a colpire basso, appunto, a livello marciapiede o poco più su, con la speranza di cogliere in fallo la coscienza (sporca, in genere) del lettore benpensante. Siamo anzi fuori del tempo, anche se ci sono date precise che aiutano a situare la vicenda nella seconda metà del Settecento (si direbbe nella prima parte della seconda metà), con qualche incongruenza forse casuale o voluta per dare un rilievo particolare alle azioni e ai personaggi stessi… Un pizzico di sociologia anima qua e là l’interesse del lettore più esigente: i soprusi dei signori, e il Magistrato ingiusto e corrotto; i rapporti fra le genti e le piccole corti dell’entroterra, lontane anni luce dalla capitale (Venezia? Nella successiva prova, appena un anno dopo, Quel flusso fur­tivo, quan­ta scal­trezza in più e quanta accortezza fanno più am­pio lo spettro e­spres­si­vo e più coscien­te il rapporto con la vita, l’arte, l’io stesso di poeta proteso a co­noscere, e a conoscersi. Emblematica e al tempo stesso intimistica rappresentazione di come De Luca intende costruire la sua denuncia è l’episodio del mendicante e dell’operaio che si incontrano “al pianoterra di un marciapiede”. Probabilmente volendo affermare, nella disperazione della solitudine, nella consapevolezza di una mancanza, comunque una forza interiore cui aggrapparsi e cui affidare l’augurio di una rinascita. Certe congiunzioni e preposizioni e articoli impiccati a fine verso certe volte – se proprio non sono artifici necessari – lasciano un po’ perplessi. “La notte siamo noi sul cuscino delle stelle” (e anche di stelle ce ne sono tante, pronube forse più che testimoni). Ora merita che la sua voce non cada nel silenzio. Si tratta del volume La Via Litoranea Flacca 1958-2008, curato dal Direttore dell’APT di Latina, Pier Giacomo Sottoriva con i significativi contributi di Baldo Conticello e Nicoletta Cassieri. I picari di Maffeo vuole infatti essere insieme analisi e stimolo, soprattutto invito a (ri)leggere e ripensare gli scritti vari di narrativa che Maffeo ha prodotto nell’arco di quasi mezzo secolo. Napoletano quarantenne, Gabriele Frasca ha all’attivo – oltre il lavoro di poeta – importanti prove saggistiche, a testimonianza del suo impegno e della fiducia nel dire che nel libro della bianca di Einaudi in varie misure si manifesta. “La corsa diventa veloce / verso gli anni della verità” (“I miei trent’anni”), “sulla strada che ho percorso / incredulo di essere uomo” (“Quel giorno”), si può così ricostruire il percorso del farsi uomo e dolente ascoltarne il grido di scontento e delusione. Solo chi si contenta, chi sa com­prendere le bellezze della vita nei suoi aspetti all’apparenza insignificanti, della vita è degno e non ne sente il peso. La Capria non rifiuta l’etichetta. Forse meglio sarebbe stato prendere in prestito l’ungarettiano “Ho tanta stanchezza sulle spalle” (da “Natale”, poesia peraltro non inclusa nel volume). Così, dopo aver finto di soddisfare l’appetito di nemmeno si riesce a ricordare quante persone, si desidera appagare il bisogno elementare di chi non altro può chiedere che una vita più dignitosa. In definitiva, “Atroce in privato” sembra essere il poeta con se stesso (e diversi sono i testi di metapoesia che invitano a considerazioni in proposito: “Poeti”, “In camera”…): cattivo quanto basta per punirsi delle menzogne che pure lo hanno salvato in certe occasioni, riconoscendosi allora carnefice della sua stessa esperienza artistica. Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com. Laura Buscemi, L’estate delle farfalle, Risa, All’opera seconda di un autore si attribuisce sempre (non senza cat­tiveria) ca­rattere di verifica: se la prima volta gli si è per­donata qual­che leggerezza, lo si aspetta fiduciosi, ma pronti a but­tarlo giù per sempre; se aveva invece im­pressio­na­to favorevolmente, lo si attende al varco, stigma­tizzando il mi­nimo errore. Non a tutti è consentito l’accesso: qui si lavora per costruire un futuro, o ricostruire una identità che gli anni mettono in dubbio. Può sembrare esagerata una simile considerazione, ma nel libro si chiarisce tutto, con una capillare analisi (e si direbbe anamnesi) dei processi storici che hanno portato ai giorni nostri, all’intifada palestinese e alla crisi del modello politico israeliano. si fa propria, quasi per esorcizzarne il male che l’attanaglia – e il poeta è ancora “sacerdote a dio crudele”, mai sazio del sacrificio di sé, perché spesso è l’altro che riesce a liberarsi mercé il sacrificio dell’artista, il quale da parte sua, quasi sempre, si dona, vittima consa­pevole di una salvazione che non sempre lo ri­guarda [1993]. Il corredo fotografico in appendice al volume (decine di immagini di varie generazioni di parenti e amici) lo completa proprio nel messaggio di testimonianza privata che l’autore ha voluto affidare alla sua opera. Spiritualità è un piccolo testamento per la serena accettazione della morte, nostra sorella  nell’accezione francescana, e un’aria mistica sembra aleggiare in tutto il libro, pur se intriso di carne e terra, di palpitante umanità. Io non volevo semplicisticamente rischiare di pormi a contrasto con l’ideologia che è la matrice sotterranea di questo libro, anzi ne apprezzo la genuina volontà di continuare un discorso che all’autore è stato proposto da bambino e nel quale ha saputo vivere contento di sé. Leone D’Ambrosio, Sulla via di Damasco, Genesi, Fa venir voglia di giocare, la poesia di Leone D’Ambrosio, invita al gioco nobile della variazione, spinge al confronto, a misurarsi con uno stile, un linguaggio, che sa di vette conquistate al termine di faticose ascese, sa di un cammino consapevolmente arduo… e di compleanni stramazzati sotto il cielo di illunate primavere. È forse una dichiarazione subliminale, ma quasi alla fine del libro compare la parola che va sottolineata poiché potrebbe schiudere la porta e far luce oltre il tunnel: “è una metafora” (scrive l’autore, aggiungendo pure “un incubo tra i peggiori”) e si riferisce direttamente al treno che del libro fin dal titolo è l’animato protagonista, animato com’è dai suoi tanti viaggiatori, ma in via subliminale quella parola parrebbe alludere appunto al libro stesso, alla incredibile storia che vi scorre… E allora il treno stesso sarebbe la metafora della vita; e il fatto che sia uno sgangherato “regionale”, al quale capita una di quelle giornate da non augurare al peggior nemico, che sia un treno di seconda serie a vivere l’avventura di questo libro la rende più simile alla vita comune dei tanti personaggi comuni che sono interpreti del mondo come lo conosciamo. Tant’è: chissà se passerà davvero “la nottata”. Ben sapendo che “Bramiamo l’assoluto / nutrendoci di ghiande” (in “Dell’essere”)… e si avverte la lezione di una classicità sedimentata, nell’attenta sofferta considerazione per l’umanità che si conosce e si vorrebbe educare [2018]. Poiché di un certo genere di regali, si sa, gode anche chi lo fa, non solo chi lo riceve. Gabriella M. Scamardella  Te lo dico in versi  Graus editore. Ecco l’amarezza che nasce dal sorriso, dalla capacità – non co­mune – di sorri­dere di se stessi, che Claudio mostra di avere. E a noi sembra di poter sorridere di quegli strani personaggi dai buffissimi nomi solo finché non ci accorgiamo… ma sì, certo, quelli siamo noi. I personaggi più riusciti di questi romanzi (come pure molti loro fratelli di altre prove narrative) hanno certo caratteri “soprannaturali”, ma pure ci legano – noi di qui – ad una realtà altra che forse ci piacerebbe vivere. Da sempre cultore appassionato e ricercatore instancabile di storia patria, Marcello Rosario Caliman offre in questo caso un insolito modello interpretativo di lettura degli avvenimenti. )… [2005], Dante Cerilli, Piccolo volo leggièro, Samperi Editore. Una volta, poeta laurea­to era chi avesse chia­ramente meritato, e degnamente conservato, la fama che il suo titolo gli ri­conosceva. Il volumetto di Bonanate raccoglie otto saggi pubblicati nel giro di vent’anni, tranne gli ultimi due, inediti. Il confronto può sembrare im­pro­poni­bile, ma  non inu­tile, almeno per poter af­fermare che il tempo tra­scorso non ha eli­minato, dal cuore del poeta, la pron­tezza all’e­mo­zio­ne, la gioia di u­na sco­perta, la voglia di sognare e cantare, in­can­tare, in­can­tar­si, non da solo… Ma vent’anni – pieni come sono di sta­gioni e di vita – significano pure crescita di capa­cità, sensi­bi­lità e scaltrezza di arti­sta; perché in questi anni La­ura non ha perso tempo. Conosce bene i meccanismi socio politici e culturali che regolano e a volte inquinano il vivere civile. Al­berto Cappi, In atto di poesia, L’assedio della poesia, “L’incontro fra psicologia e linguaggio è stato sempre come il substrato di ogni sua espe­rienza poetica, dentro una lin­gua reinventata all’uopo per la lapida­rietà del verso folgo­rante, che procede per squarci imme­diati e subito avanza alla sco­perta di nuovi orizzonti”. Prevale comunque la scrittura densa, la struttura vasta, la versificazione a strati, l’esposizione articolata e sinuosa che si fa spesso assertiva più che propositiva, tipica del temperamento, dell’intento pedagogico al quale l’autore sembra non sappia rinunciare, non vuole, non può. Cremona ha un suo progetto di coinvolgimento del lettore fondato su trame allusive e spesso illusorie, nel senso che nemmeno sono trame, piuttosto indicazioni di itinerari mentali. Ma Il filo forte del liuto alla fine suona proprio come deve, e tiene duro in pugno l’animo del lettore che se ne lasci catturare. Anzi… ne resta spesso appena il sapore agrodolce della conquista occasionale e provvisoria. Aveva dunque lasciato fuori da quel libro una intera sezione per farne un libro a parte? La poetessa venafrana – finora apparsa in riviste o in pubblicazioni collettive, dopo un libretto poco più che giovanile – ha deciso di esordire nelle sue vesti che più riconosce sue. Una eccezionale compattezza è il carattere di questo piccolo libro che comprende una cinquantina di testi: persone cose umori sentimenti si affacciano in una insistita variatio mantenendo però continua la tensione espressiva, che è linguistica e si direbbe ideologica. Sembra perdersi continuamente il contatto con il reale (paesaggi, cose, corpi cedono subito alle loro immagini, alle sensazioni prodotte, al pensiero che ne scaturisce), ma la tensione umana è forte, costante – l’individuo poeta Forbus sa bene qual è il suo posto nel mondo (anche se si definisce “bardo giramondo”, “l’ultimo bardo”) e gioca con le muse, con l’ispirazione e la natura stessa del suo essere poeta. Lei, l’altra, chiunque sia, risponde comunque col silenzio, in silenzio… e la si può sentire quindi non come materica voce ma come “ombra muta”… Sembrerebbe dunque poca cosa la “quantità di te” che si può possedere, ma basta a fortificare l’animo schiudendo la voce al poeta. Compagni di viaggio, sì, ma ognuno col suo biglietto: ciascuno, invitato a bordo, sappia che dovrà pa­gare il costo del suo tragitto, facendo attenzione a quel che vede, a chi incontra per via. E si può chiudere questa nota di presentazione con un’altra citazione esemplare, che è un’altra ancora di salvezza, e una subliminale dichiarazione d’amore (e ce ne sono diverse nel piccolo libro che Jason Forbus ha tradotto con affetto paterno oltre che con la sensibilità poetica nota a chi conosce la sua poesia): mia luce sempre in fondo al pozzo dei giorni. Mariano Coreno si dovrebbe definirlo “il poeta della vita”, tanta la sua attenzione al mondo quotidiano, allo scorrere del tempo, alle forze che regolano l’esistenza. Come si vede dalla scelta degli autori “osservati” e dai titoli delle sezioni del libro, questi “atti di analisi testuale” di Marcello Carlino vogliono essere una specie di storia (e microantologia) critica della poesia italiana del Novecento per grandi categorie e piccoli esempi. Ma è da pensare, invece, che Francesco Paolo sia proprio quello che era, un convinto pensatore che scrive in versi, una specie di filosofo poetante (non è stato definito così anche Leopardi?). È un libro, letto nei versi e nelle riflessioni di Michel Cassir, che deve farci riflettere, deve indurci a considerare che fatti non fummo, eccetera – e invece è lì che andiamo a finire, alla brutalità, alla cieca violenza che strazia. In primis, Mario Guida, che racconta come venne l’idea a un gruppo di intellettuali (Prisco e Bernari, Compagnone e Stefanile…) di organizzare incontri letterari in libreria, e subito dopo le esposizioni. Abbiamo ancora bisogno che, ogni tanto, qualcuno gentilmente ci dia una scrollatina sorridente e ci faccia magari scorgere (in uno specchio tanto simile a quello della regina di Biancaneve) un volto a noi familiare, una bella faccia che avevamo dimenticato di offrire al prossimo: il meglio di noi, la nostra genuina animalità, la spontaneità di un gesto, la chiarezza di un atteggiamento. Così troviamo racconti come la favola fantascientifica della “sirena” della Grotta azzurra e la “storia di una dama e di cavalieri senza paura” ambientata in un realistico Medioevo, oppure i versi (dodici poesie) dedicati a “quattro trilogie tematiche: i miei tre figli, i miei tre nipoti, le terre a me care per nascita, elezione e radici, e alla paternità: mio padre, il padre abate e il Padre eterno”. [478] Elio Contenti, Gesù.

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